Non mi sembra vero ma sono passati sei mesi dall’inizio di questo viaggio. Ho voluto raccontarvi, mettendo pelle e anima in ciò che scrivevo, la mia storia nel mondo di Pino e la storia del suo successo.
Son partita con l’idea di far qualcosa per non dimenticarlo, e cantare le sue canzoni, raccontando un pezzo della mia vita ogni volta, mi ha fatto rimestare nei ricordi più preziosi, mi ha restituito intatto e rinnovato lo stupore delle emozioni che ancora adesso, dopo venticinque anni, mi dona la sua voce.
Questa è stata l’occasione anche per trovare il coraggio di cantare, conservando sempre quel sentirmi inadeguata che, spero, col tempo possa abbandonare in gran parte le mie spalle.
Volevo concludere con qualcosa di diverso e regalarvi qualcosa di speciale. Mi frullava da mesi l’idea di voler fare Gli amori son finestre, questa canzone meravigliosa che Pino ha cantato durante l’omonimo tour del 2010 e che non ha mai pubblicato. Su Youtube c’è qualche video live, il testo è semplicemente recitato da Flavio Insinna; non c’è una base strumentale da poter utilizzare.
All’inizio avevo pensato di reinterpretarla piano e voce, m’ero anche ricacciata gli accordi ma non ho un pianoforte a disposizione quotidianamente ed era piuttosto scomodo andare ogni volta a Bojano per studiarmela. E allora?
La parte strumentale non esiste? Bene, me la creo io.
Ho pensato ad Imagine di John Lennon perché per Pino era la canzone universale per eccellenza, so che una volta la fece addirittura ascoltare in una Chiesa perché la riteneva una vera e propria preghiera.
Prima di mettermi a tavolino e sviluppare l’idea che mi era venuta in mente, ho letto un po’ la storia di questa canzone, mi serviva per entrarci dentro, per sentirla mia ed ho trovato due coincidenze: la prima, che sapevo ma avevo dimenticato, è che John Lennon, come Pino, è morto l’8 Dicembre; la seconda è che nel maggio di precisi cinquanta anni fa l’autore la registrò per la prima volta nello studio di casa sua (ed io avevo già programmato di pubblicarla proprio oggi). Lì ho capito che era la canzone giusta e mi piace pensare che Pino abbia usato questa maniera per dirmi che l’idea che avevo avuto era bella e gli piaceva.
Mi sono seduta con carta e penna, ho scritto e sviluppato ciò che mi ronzava nel cervello (e nel cuore), ho fatto una decina di giorni di pre-produzione e in quasi dieci ore di registrazione e post-produzione fatte in uno studio con un fonico è venuta fuori questa crasi musicale.
Avreste dovuto vedermi la mattina, prima di entrare nello studio: ero tesa, in ansia, concentrata e preoccupata. Per la prima volta registravo qualcosa che avevo pensato e sviluppato in totale autonomia, senza la certificazione di un musicista. Ho detto fra me e me: ”Se verrà bene sarò felice, se farà schifo andrà bene lo stesso, sarà stata l’occasione per misurarmi e mettermi in gioco!”
Oggi non sono meno tesa, anzi, sono molto curiosa di sapere come l’avete accolta, se vi è piaciuta, se vi siete emozionati o se, magari, vi ha lasciato niente.
MANGO ON MY MIND mi ha insegnato diverse cose: la prima è che niente è scontato, né il sostegno di chi pensi ti sostenga né l’attenzione di chi non credevi ti seguisse. Ho imparato che avere fiducia in me è una grande sfida e come una stalattite deve formarsi goccia a goccia, sperando non conservi la stessa fragilità; ho imparato che l’attenzione è un deficit che tutti abbiamo, che comunicare qualcosa è un bisogno molto profondo per me e che, at last but not least, nonostante le canti da anni e anni, le canzoni di Pino sono veramente difficili!
Per questo progetto son davvero pochi i grazie da dispensare pertanto mi limiterò a farli in privato. Non posso esimermi, però, dal ringraziare chi mi ha seguito e sostenuto pubblicamente, costantemente e semplicemente lasciando un commento, condividendo i link che ogni venerdì ho pubblicato. In verità voglio ringraziare anche chi, pur sbirciando, non mi ha degnato di un pensiero.
L’augurio che mi faccio come fan è che il futuro porti qualche novità: il mondo va troppo veloce e Pino è con un piede nel dimenticatoio. Tra speculare e far poco c’è tanta differenza…
L’augurio che mi faccio come persona, invece, è che questo possa essere solo l’inizio di una strada nella Musica.
Non so come possa essere possibile, sarà una coincidenza (?) ma gli ultimi due lavori pubblicati, per molti versi, sembrano davvero un manifesto d’addio.
Per altri versi, invece, mi fanno pensare a quanto ancora avrebbe potuto scrivere per la maturità artistica, intellettuale ed emozionale che aveva raggiunto. Spesso mi trovo a domandarmi fin quando avrebbe cantato, se ad un certo punto della sua vita si sarebbe dedicato alla produzione di nuovi talenti. A volte me lo immagino ancora seduto sulla sua poltrona, vicino al camino in pietra, in quella casa costruita dalle mani di suo padre e che l’ha visto nascere.
Gli anni ’10 del nuovo Millennio iniziano a bomba con La terra degli aquiloni pubblicato nel 2011 per la SONY MUSIC Columbia. Le musiche sono tutte di Pino, i testi anche, ad eccezione de La sposa (il primo singolo estratto), Chiamo le cose e Tutto tutto scritti da Pasquale Panella e l’ultima della track, Il rifugio, scritta, testo e musica, da Maurizio Fabrizio e Guido Morra. Gli arrangiamenti, inutile dirlo, sono di Rocco Petruzzi (e Pino).
In quest’album vediamo di nuovo la partecipazione della sua famiglia in Starlight, una cover dell’artista francese Guillaume Atlan, noto col nome d’arte The Supermen Lovers. Ai cori ci sono la moglie Laura e la figlia Angelina, alla batteria il figlio Filippo. Se non erro Pino la scelse proprio perché è una canzone che ascoltarono insieme in macchina durante qualche viaggio. Inutile dirvi che, rispetto all’originale piuttosto dance (e con un simpaticissimo videoclip), la versione di Pino è completamente diversa!
Dell’altra cover, invece, vi ho già parlato in un precedente appuntamento: è l’amata Volver di Carlos Gardel, cantante, attore e compositore nato (probabilmente) a Tolosa ma argentino di adozione. E’ uno dei più famosi (se non il più famoso) compositore di tango argentino, la cui voce è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità. Nel pieno della sua carriera, in piena ascesa mondiale, morì per un incidente aereo ad appena 45 anni.
Ad accompagnare con la chitarra la voce di Pino in una versione completamente nuova è mio fratello Flavio Sala. Vabbè, non credo di dover aggiungere altro per questo regalo infinito che ho avuto.
La title track non potete non ascoltarla, oltre alle già citate. Vi segnalo anche Dignitose arrendevolezze il cui titolo mi insegnò, appunto, la dignità nell’arrendersi. Non ci avevo mai pensato prima di allora. Aggiungo, inoltre Guarda l’Italia che bella, scritta per, appunto, celebrare la bellezza del nostro Paese con una poesia che non avevo mai sentito prima di allora (ed anche ora, in verità). La versione originale di questo pezzo ha un testo in dialetto laurisciano (quello di Pino) del quale Pino regalò un accenno in un video extra. Cosa darei per ascoltarla interamente! Prima o poi mi leverò lo sfizio di tradurla in dialetto, immaginando come sarebbe potuta essere.
La terra degli aquiloni, comunque, è stato l’ultimo album di inediti della carriera di Pino.
Dopo oltre due anni e mezzo di silenzio Pino pubblicò nel 2014 il suo secondo ed ultimo (in assoluto) album di cover dal titolo L’amore è invisibile, sempre per la Sony. In verità in questo lavoro troviamo tre inediti: la title track (testo e musica di Pino), Ragazze delle canzoni (testo di Panella e musica di Pino) e Fiore bel fiore (idem come la precedente).
In Ragazze delle canzoni si domanda dove vanno a finire tutte le ragazze, protagoniste delle canzoni; in Fiore bel fiore, invece, fotografa un gesto banale quanto poetico: strappare un fiore da un prato. Non so perché ma, da quando Pino ha pubblicato questa canzone, sono moooolto restia a cogliere un fiore in un prato.
Il singolo di lancio fu Scrivimi di Nino Buonocore. Non potete non ascoltare Amore che vieni, amore che vai in una versione alla #manuchao, una corale Fields of gold costruita su una quarantina di piste, tutte registrate con la voce di Pino, una One che sembra quasi una preghiera, una Heroes che tanto avrei voluto che cantasse dal vivo.
In quest’album sono inseriti due duetti: uno è la famosa No potho reposare dei Tazenda cantata insieme alla sarda Maria Giovanna Cherchi, e Get back dei Beatles cantata con la figlia Angelina Mango, all’epoca appena 12enne.
Ad appena 7 mesi dalla pubblicazione di quest’album Pino va via per un arresto cardiocircolatorio nel Palaercole di Policoro (MT), mentre canta Oro tra la sua gente.
Ed è per questo che oggi ho scelto questa canzone. Quella sera la interruppe a metà, io gliela restituisco intera, con tutto l’amore e la gratitudine che merita un Uomo e un Artista come lui.
A pochi mesi dalla sua partenza, nel 2015, il gruppo bolognese Zois pubblica una rielaborazione di Oro. Andatevi a vedere il video: la partecipazione di Pino in quel video, dove compare e scompare, mi fece venire i brividi. Per loro Pino ha scritto anche la musica di un’altra canzone dal titolo Stella contraria, il cui testo è frutto della penna della front woman del gruppo Valentina Gerometta.
A fine 2015, invece, la moglie Laura pubblica in una sola raccolta i primi due libri di poesie (che erano andati fuori catalogo) editi nel 2004 e nel 2007 e aggiunge 25 poesie inedite che pare Pino avesse pronte da mandare in stampa. La terza raccolta l’aveva già intitolata I gelsi ignoranti, sono un po’ perplessa solo sul numero di liriche, considerando che i precedenti due libri ne contengono cinquantatre e settantaquattro.
A fine 2019 è stato pubblicato un cofanetto dal titolo Tutto l’amore che conta davvero contenente 4 cd: I successi, Gli incontri (con altri artisti), I tesori nascosti e Il concerto.
Nei successivi anni lo hanno omaggiato Michele Zarrilli nel 2017 rifacendo Amore per te, Gue Pequeno nel 2018 con Bling bling (Oro), Giorgia lo stesso anno con Lei verrà, nel 2019 Willie Peyote ha intitolato Mango una sua canzone in suo onore, nel 2020 sia Mika, insieme a Michele Bravi, che Tiziano Ferro hanno pubblicato le loro versioni di Bella d’estate.
Pino negli ultimi anni della sua vita ha anche scritto un libro, un thriller ambientato in una Lagonegro medievale dal titolo Le movenze dei cuori puliti. E’ un incompiuto che, si spera, verrà pubblicato.
In teoria dovrebbe esserci in programma anche un dvd live. Ne sarei super felice, ovviamente, sia perché manca nella sua produzione sia perché in quelle riprese ci sono anche io!!! Ad onor del vero quelle registrazioni a Pino non piacevano ma spero che vengano prima o poi racchiuse in un dvd.
Di inediti, purtroppo, non ce ne saranno. Spero, sinceramente, che col tempo questa ferma convinzione venga meno perché di cose finite e complete ce ne sono tantissime. Mi piange il cuore sapere che non vedranno mai la luce.
Il viaggio attraverso la produzione di Pino finisce qui.
Mi piacerebbe, come sempre, sapere se avete ascoltato qualcosa che vi ho consigliato o, se già ne eravate a conoscenza, cosa avete più a cuore, che ricordi avete.
Lasciatemi un commento qui, sotto il post.
Venerdì prossimo ci sarà il gran finale, vi aspetto numerosi.
Il primo decennio del nuovo Millennio della discografia di Pino lo preferisco per diversi motivi: prima di tutto perché ho vissuto le uscite degli album sulla mia pelle, secondo perché Pino ha avuto un’evoluzione personale e dal 2002 in poi ha iniziato a scrivere anche i testi delle sue canzoni.
Il XXI secolo inizia per Pino con la nascita di Angelina nel 2001 e l’anno successivo pubblica uno degli album più belli (in verità se penso al successivo, al successivo, al successivo ancora non sono così convinta. La Bellezza per Pino è un crescendo): Disincanto, pubblicato per la WEA, con musiche sue, testi di Alberto Salerno, Pasquale Panella, (per l’ultima volta) di Armando Mango e (per la prima volta) di Pino, gli arrangiamenti di Rocco Petruzzi.
Il suo primo testo, scritto di suo pugno, è Non è amore da ridere.
Stava lavorando ai testi del disco e le proposte ricevute da Mogol e dall’emergente Tiziano Ferro non lo soddisfacevano. Una volta, infatti, mi lesse il testo di Disincanto scritto da tutt’e due e, devo dire la verità, aveva ragione Pino: “Vuoi mettere il testo che ho scritto io e queste due proposte?!?”. Erano brutti assai!
Quest’album contiene l’ultimo successo popolare della carriera di Pino: sto parlando de La rondine e quell’estate fu un tormentone. Da buona fan, infatti, non ce la facevo più ad ascoltarla, m’aveva nauseato e puntualmente la saltavo.
A parte i consigli precedenti beh, veramente ho difficoltà a dirvi “questa si, questa no”. Quest’album è quello che sempre consiglio a chi vuole avvicinarsi alla musica di Pino. Quando uscì fu l’unico disco che ascoltai tutti i giorni (letteralmente!) per oltre un anno. Non dico di fare lo stesso ma potreste fare la mia stessa fine.
Quell’anno la carriera di Pino fu segnata dall’incontro con me al famoso concerto di San Bartolomeo in Galdo (BN): vide una 16enne agitarsi come una forsennata, attaccata alle transenne e gli fece capire che non l’avrebbe più mollato. Povero Pino, non sapeva di aver passato un guaio.
Sempre quell’anno Pino scrisse per Dennis Fantina, vincitore di Saranno famosi (poi divenuto Amici di Maria De Filippi), due canzoni: Non è il cuore e Se non con te. Meritano un ascolto entrambe, anche se la prima era più bella cantata da Pino durante i suoi live.
Nel 2003 tornò a collaborare con Mietta scrivendo per il disco Per esempio, per amore la title track e Abbracciati e vivi; inoltre la cantante tarantina inserì in questo album anche una sua versione di Sentirti che, ricordiamo, è inclusa nell’album di Pino Arlecchino (1979).
Arriviamo finalmente al 2004 con la pubblicazione di Ti porto in Africa, sempre per la WEA e qui non ci sono collaborazioni: testi e musiche sono di Pino, gli arrangiamenti di Rocco. A parte la title track, Tutto l’amore che conta davvero e Se con un t’amo(che, se mi avete seguito, l’avete già ascoltate. Poi vi interrogo!) vi segnalo le imperdibili Francesco, Eccoti folle d’amore e Io ti vorrei parlare. Considerando che sono 10 ve ne mancano 4 e l’avete ascoltato tutto.
Quest’album segna la fine della collaborazione artistica e, ahimè, totale con il fratello Armando. Sarà un dolore che segnerà profondamente la vita di Pino e che proverà a riversare in musica e poesia.
Sul finire dello stesso anno, infatti, pubblicò la sua prima raccolta di poesie dal titolo Nel malamente mondo non ti trovo per la bolognese Pendragon. Pino è un fiume in piena, scrive di notte, perfeziona il suono di ogni parola. Le sue non sono poesie facili e non so se siete consumatori di liriche... All’epoca avevo 18 anni e riuscivo ad apprezzare solo il suono, il ritmo delle sue poesie. Ora, con un’altra maturità, riesco a compenetrare meglio i significati, gli odori, le immagini, i vicoli distorti dei sentimenti di cui sono intrise.
Quello stesso anno, infine, scrisse la bellissima L’attesa che donò ad Andrea Bocelli, inserita nell’album Andrea. Cantata da Pino è n’altro livello…!
Nel 2005 pubblicò il primo album per la SONY/BMG dal titolo Ti amo così (ed ho fatto pure la rima!). Fatta eccezione per un solo testo scritto in collaborazione con Carlo De Bei (new entry della band di Pino), il resto, comprese le musiche, è tutto opera di Pino. Gli arrangiamenti, invece, sono scritti a quattro mani con Rocco Petruzzi. La band dei live è quasi sempre quella dello studio, in quest’album vediamo comparire in alcuni pezzi la batteria di Ian Thomas, collaboratore di Sting, Eric Clapton, Paul McCartney, giusto per citarne alcuni.
Quest’album contiene l’unico featuring con la moglie Laura dal titolo Il dicembre degli aranci e fanno la prima comparsa nei cori di Solo d’amore entrambi i figli. Oltre alle già citate e alla title track non potete esimervi dall’ascolto della superlativa D’amore sei, d’amore dai, della trascinante Di quanto stupore, dell’esaltante Sempre. Finalmente, inoltre, troviamo una bellissima versione di I te vurrìa vasà. Quanto avrei voluto un album intero di rivisitazioni dei classici napoletani, lui amava la canzone partenopea!
Nel 2006 in veste di produttore portò a Sanremo Giovani Helena Hellwig con la canzone Di luna morirei. Per lei scrisse anche Geranio. Dopo non molto tempo la loro collaborazione finì.
Nel 2007 arrivò il secondo album per la Sony dal titolo L’albero delle fate. E qua il tempo si ferma. Credo sia uno dei suoi migliori album in assoluto come testi, come musiche, come arrangiamenti, come tutto!! Quell’anno partecipò a Sanremo con Chissà se nevica e arrivò al quinto posto (il miglior piazzamento avuto in tutte le partecipazioni sanremesi). Le musiche e i testi sono quasi esclusivamente di Pino, iniziano, infatti, ad aumentare le collaborazioni con il De Bei. Per la prima volta nella sua carriera, infatti, pubblica una canzone inedita scritta interamente da un’altra persona (in questo caso De Bei stesso) dal titolo Ai tuoi sogni.
La title track è, se dovessi rischiare la vita se non rispondessi, la mia canzone preferita della produzione di Pino. A questa bisogna aggiungere Dentro me ti scrivo (si dice che Claudio Baglioni consideri questa la più bella canzone d’amore mai scritta. Prima o poi avrò l’occasione di chiederglielo!), La fine delle poesie, Sensazionale (l’arrangiamento di Rocco è spettacolare!) e Sorprenderò l’immenso (se l’ascoltate in cuffia si sente sul finale il respiro di Pino. Quando finì di cantarla disse di aver pianto come un bambino. Voleva ricantarla ma tutti i musicisti, fonico compreso, si rifiutarono perché era perfetta così. E non avevano torto!).
Mi sento, però, davvero in torto a non aver nominato le altre. Questo è il gradino successivo che consiglio, dopo l’ascolto di Disincanto, a chi voglia conoscere la sua produzione quindi…. Vabbè, avete già capito, secondo me va ascoltato tutto e amen!
Sempre nel 2007, durante i giorni sanremesi, pubblicò la seconda raccolta di poesie dal titoloDi quanto stupore. Per questo libro vale lo stesso discorso fatto per il precedente. Segnalo l’orgoglio di vedere, tra le foto pubblicate sul finale del libro, un mio scatto fatto durante il concerto di Lagonegro nel settembre 2006. Potete immaginare la mia faccia quando, sfogliandola, la vidi!
Nel 2008 arriva il primo album di cover dal titolo Acchiappanuvole (termine preso in prestito dal testo di Ragazzo mio di Luigi Tenco la cui rivisitazione è inclusa nell’album). Le musiche e i testi sono, ovviamente, dei legittimi proprietari, gli arrangiamenti di Pino e Rocco. Dimenticate il concetto di “cover” e tenete presente il completo rifacimento delle canzoni, conservando di esse solo la linea melodica. Contiene due featuring: Claudio Baglioni, col quale canta Amore bello e Franco Battiato, col quale canta La stagione dell’amore. A queste aggiungo la segnalazione dell’ascolto de La canzone dell’amore perduto, Senza pietà della Oxa, Luce (tramonti a nord-est) di Elisa e, a parer mio la più bella del disco, La disciplina della terra di Ivano Fossati che, purtroppo, Pino non cantò mai dal vivo.
Per la prima volta coinvolse il figlio Filippo nell’incisione della batteria di Dio mio no, canzone sul cui finale Pino canta un bicordo ovvero intona due note con una sola emissione di voce (gli esseri umani sono monofoni).
Quello stesso anno i Neri per caso interpretarono l’evergreen Bella d’estate e la scelsero come singolo. E’ inserita nell’album Angoli diversi. Da grandi musicisti qual sono, le donano una nuova veste e, a parer mio, è il rifacimento più interessante fatto finora.
L’ultimo album di questo decennio è un live, il più completo della sua produzione: pubblicato nel 2009 sempre per la Sony, Gli amori son finestre è un doppio cd contenente ben 29 tracce. Le registrazioni live vengono dai concerti di Napoli e Catania (dove c’ero anch’io, ovviamente) dell’Acchiappanuvole Tour dell’anno precedente più alcune tracce di live antecedenti (sicuramente Australia è presa dalla tappa di Montoro Inf. (AV) del Settembre 2007). Alle tracce live si aggiungono due inediti: il primo è Contro tutti i pronostici, brano scritto interamente dai Rei Momo, un gruppo beneventano che Pino ha prodotto per un paio di anni, forse più, ed è la seconda ed ultima canzone che Pino inciderà senza aver scritto né il testo né la musica. L’altro inedito, splendido, è E poi di nuovo la notte che Pino dichiarò di aver scritto in 4 minuti e mezzo (la durata della canzone stessa), testo e musica.
A questi due inediti si aggiunge la title track: è un testo recitato da Flavio Insinna (sinceramente ancora devo capire perché proprio lui, visto che non mi risulta avessero un rapporto privato. E’ uno dei pochi esempi di personale disaccordo sulle scelte di Pino). Pino propose questo testo come canzone soltanto nel tour 2010 e la sua incisione non verrà mai pubblicata. Che peccato.
Quello stesso anno, in ultimo, insieme a Laura Valente e Angelo Branduardi, prese parte al lavoro (mastodontico) Q.P.G.A. di Claudio Baglioni interpretando Io ti prendo come mia sposa.
Così si concludono i primi dieci anni del XXI secolo per Pino. Nel prossimo appuntamento vi parlerò delle ultime cose che ha pubblicato prima della sua partenza, delle (pochissime) cose fatte dopo e di tutte quelle cose che sono chiuse nei cassetti e che, con dolore, credo rimarranno lì per sempre.
Perdonatemi se non sono riuscita ad essere meno prolissa ma ciò che ha pubblicato è veramente tanto e di qualità, non posso esimermi dal rendergli giustizia.
Passo la parola a voi e, come sempre, aspetto i vostri commenti qui sotto il post, le vostre sensazioni se avete ascoltato qualcosa che vi ho suggerito, cosa ricordate di quelle pubblicazioni e di quegli anni.
Se negli anni ’80 Pino ha fatto 4 album in 4 anni, gasato (insieme ai discografici) dai successi che collezionava ad ogni uscita, negli anni ’90 non si è assolutamente risparmiato: le pubblicazioni discografiche sono ben 7 che comprendono il primo live e la prima raccolta ufficiale.
L’ultimo decennio del millennio scorso parte col botto con l’album Sirtaki, pubblicato proprio nel 1990, ancora per la Fonit Cetra. Registrato tra Milano e Londra troviamo le musiche firmate sempre da Pino, i testi dei già citati Mogol e Armando Mango (un solo testo firmato da Guido Morra), gli arrangiamenti portano le firme di Rocco Petruzzi, Mauro Paoluzzi e di #nientepopodimenoche Geoff Westley, musicista con un curriculum lungo come lo scontrino della spesa mensile: ha lavorato con gente del calibro di Peter Gabriel, Phil Collins, Hans Zimmer, in Italia con Mina, Claudio Baglioni, Cocciante, Dalla, Renato Zero, De Andrè, etc, ha diretto ad esempio la London Simphony Orchestra, la Royal Philarmonic Orchestra e diverse altre orchestre anche in Italia. Vabbè, credo possa bastare per farvi capire il soggetto. Pino amava Peter Gabriel, la stampa diverse volte l’ha accostato a lui, immagino la sua soddisfazione nel lavorare con Westley!
Quello stesso anno andò per la quarta volta a Sanremo, portando una bellissima canzone dal titolo Tu…sì.
Con quale faccia vi dico “ascolta questa canzone invece di quest’altra puoi fare a meno”? Nell’ album abbiamo Nella mia città (il video, se non erro, fu girato in Tunisia), la stessa Sirtaki, la gasante Così viaggiando, l’ esplosiva Come Monnalisa (fu un grande successo in Germania!), la futuristica L’io, la romantica Preludio incantevole, la dolce Ma com’è rossa la ciliegia.
Questo album vendette più di 600 mila copie, fu un successone anche perché era “molto avanti” musicalmente, dal sound internazionale e, fatemelo dire, iniziano a sentirsi le influenze originali di Rocco Petruzzi.
Stavo dimenticando di dirvi che questo fu l’ultimo album di Pino tradotto in spagnolo e immesso nel mercato iberico l’anno successivo, conservando lo stesso titolo.
Sempre nel 1991 scrive per l’allora emergente Mietta tre brani: Soli mai, Oltre te e E no (cosa sei) inserite nell’album Volano le pagine. In più interpreta Non è Francesca di Lucio Battisti in versione jazzistica, supportato da una Big Band, inserita qualche anno dopo nella raccolta Innocenti evasioni. Quello stesso anno partecipa all’album Voci del duo Lavezzi-Mogol interpretando Per la gloria insieme a Raf, Cocciante, Gianni Bella e lo stesso Mario Lavezzi.
Dopo un album del genere nel 1992 pubblica Come l’acqua: non so come sia possibile ma riesce a mantenere i livelli altissimi di Sirtaki, anzi, per alcuni versi li supera. Pubblicato ancora per la Fonit Cetra, le musiche sono sempre firmate da Pino, i testi di nuovo da Mogol e/o Armando Mango ma ciò che, a parer mio, fa la differenza e dà quel tocco di ampio respiro, di internazionalità a quest’album è la collaborazione, sia per gli arrangiamenti che per la strumentazione ,di musicisti del calibro di Pino Palladino (si, è un bassista del Galles, ma il padre era di Campobasso, #diciamolo), di Dominic Miller (storico chitarrista di Sting), di Manu Katchè (storico batterista di Peter Gabriel), di Ian Kewley (storico collaboratore di Paul Young), del fisarmonicista di fama mondiale Richard Galliano (non posso pensare che ho passato con lui quasi una giornata intera e non mi è venuto in mente di chiedergli di raccontarmi la collaborazione con Pino!!!).
In quest’album troviamo quel capolavoro della musica italiana (e non solo) che è Mediterraneo, un successo come Come l’acqua, troviamo perle del calibro di Mondi sommersi, Passeggera unica, Intime distanze, Il condor (perché sento sempre quel senso di colpa nel non nominare le altre?!?), troviamo anche un primo esperimento in napoletano (sinceramente non sono sicura sia proprio napoletano napoletano, perlomeno devo ammettere che Pino non è eccellente nella pronuncia, ma forse nemmeno il fratello nella scrittura…) dal titolo Uocchie ‘e stu munno.
Forse l’unica cosa che non ho capito (leggasi “si poteva fare di meglio, secondo me”) è la copertina.
Nel 1993 Mario Lavezzi lo riconvoca per l’album Voci 2 e, insieme a Laura Valente e Luca Carboni incide Bianche raffiche di vita (Sia questa che quell’altra, ammetto, l’ho sentita giusto qualche volta. Devo recuperare, intanto non diciamolo in giro. Punto alla lode in Mangologia).
Arriviamo al 1994, un album che mi sta particolarmente a cuore: si chiama Mango e fu l’artefice dell’inizio della mia passione per la sua musica. E’ il primo disco pubblicato per la Emi, musiche sue, testi ancora una volta di Mogol e Armando Mango. In questo album inizia a delinearsi quella che sarà la linea collaborativa costante di Pino, in altre parole leggiamo nei credits i nomi di coloro che formeranno la sua band per tanti anni: ai già citati Rocco Petruzzi e Graziano Accinni si aggiungono i nomi di Nello Giudice e Giancarlo Ippolito. L’impronta di Rocco inizia a farsi insistente e sempre più riconoscibile, diventerà negli anni un marchio di qualità per le sonorità usate da Pino.
Questo album, come vi ho già detto, lo amo molto quindi sono davvero in difficoltà nel darvi dei suggerimenti di ascolto. Sono 10 tracce, tutte belle, con una vita a sé ma anche molto collegate tra loro. Qualche mese fa mi è capitato di riascoltarlo e ho avuto la sensazione che fosse nuovo, si è rinnovato in me lo stupore che provai nell’ascoltarlo venti anni prima. Il mio è un giudizio inficiato da sentimenti quindi non chiedetemi di fare una scelta, non ce la faccio.
Sul finire del 1994 la tigre di Cremona, meglio nota come Mina, interpretò una sua versione di Oro inserita nell’album Canarino mannaro. Purtroppo devo confessare che non mi entusiasma affatto la sua reinterpretazione.
Arriviamo al 1995, anno speciale per Pino perché a inizio anno diventa papà di Filippo. Dopo un mese circa partecipa per la quinta volta a Sanremo col brano Dove vai classificandosi 11°. Questa canzone e Sospiro sono gli unici inediti del primo album live della sua carriera che prende il titolo proprio dalla canzone sanremese. E’, in verità, un live piuttosto striminzito, considerando che Pino faceva concerti da due ore e mezza. Le tracce sono tratte da un concerto registrato a Bologna.
Nel 1996 prende parte ad un progetto discografico di jazz di Giovanni Tommaso Quintet dal titolo Strane stelle strane interpretando Luna rossa della tradizione napoletana.
Quello stesso anno scrive per Gloria Bonaveri la canzone Joe (che non ho mai ascoltato…).
Nel 1997 pubblica per la Warner Music l’album Credo, musiche e testi sempre di Pino, Mogol e Armando Mango. Gli arrangiamenti sono di Rocco Petruzzi e Greg Walsh (collaborò con diversi artisti italiani, oltre a Tina Turner e Ami Stewart. Fu il tecnico del suono dei live dei Pink Floyd dell’album The wall, ad esempio, eh…!). L’album secondo me non fu capito, dopo quasi venti anni è ancora molto attuale infatti, per questo a mio parere non fece granché successo. Fu ristampato l’anno successivo inserendo in esso Luce, la canzone che Pino portò insieme a Zenima al Festival di Sanremo 1998, e la sua versione in inglese Light.
Oltre alle già citate, è obbligatorio ascoltare Primavera, Cuore, Un’altra acqua, Fari accesi e Belle parole.
Gli anni ’90 si concludono con la prima raccolta: d’altronde, ringraziando Dio, di successi ce ne sono in abbondanza e i tempi sono maturi per guardarsi un attimo indietro e vedere cosa è stato fatto. Nel 1999 arriva, quindi, Visto così, lanciata da Amore per te che, oltre a Non dormire più, è l’unico inedito. Fu un successone di quell’estate!
Ovviamente, essendo solo due gli inediti, posso consigliarvi solo il loro ascolto, le altre dovreste già conoscerle. Vi segnalo, però, la rimasterizzazione e il rinnovo di Lei verrà, Oro e Come l’acqua: a quest’ultima, in particolare, viene aggiunta nei cori parte del testo di Ederlezi, brano del 1988 del musicista bosniaco Goran Bregovic.
Quello stesso anno pubblica in duetto con Mariella Nava la bellissima Il mio punto di vista delle cose inserita nell’album Così è la vita. Beh, questa non ve la consiglio, è proprio obbligatorio ascoltarla!
Certo, oh, quante cose ha fatto nell’ultimo decennio del millennio scorso! Viste tutte insieme fanno un certo effetto.
Voi che ricordate di quegli anni?
Nel prossimo capitolo vi parlerò degli anni duemila e per Pino, umanamente e artisticamente, ci fu un cambiamento drastico con la costante consapevolezza di non essere mai domo e sazio di esplorare mondi e sonorità nuove.
Vi aspetto nei commenti, fatemi sapere cosa ricordate anche di altri artisti, se avete visto concerti di Pino.
Ci siamo lasciati qualche settimana fa. Vi avevo parlato degli esordi, forse è meglio chiamarli “fiaschi”, di Pino. E’ dura ricominciare dopo tre album passati quasi del tutto inosservati, posso solo immaginare quanto grandi fossero la delusione, l’amarezza e, diciamolo, anche l’incazzatura.
Pino era tornato ai suoi studi di Sociologia, convinto che fare il cantante non fosse il suo destino.
Beh, come biasimarlo, io mi scoraggio per molto meno.
Agli inizi degli anni ’80 alla Fonit Cetra (con la quale Pino aveva pubblicato l’ultimo album nel 1982) arrivò Mara Maionchi come direttore artistico. Come racconta ella stessa nel suo libro Non ho l’età (Rizzoli) trascorse i primi tempi a riordinare ed ascoltare gli innumerevoli provini finiti in fondo ai cassetti della casa discografica. Incappò in un provino di Pino dal titolo Mama Woodoo. Rimase folgorata dalla sua voce e convocò Pino e il fratello Armando, col quale collaborava attivamente, alla Fonit Cetra. La Maionchi era convinta che i testi scritti da Armando non fossero adatti per la voce del fratello e propose di spaccare questa coppia. Pino e Armando erano conosciuti in Fonit come neri, cattivi e arrabbiati, pertanto potete ben immaginare che la proposta di Mara fu respinta.
Fu un testa a testa, una gara a chi ce l’aveva più dura e vinse Mara: Mama Woodoo divenne Oro e il testo lo scrisse Giulio Rapetti, in arte Mogol.
Fu pubblicata nel 1984 come singolo, sul cui lato B venne inserita un’altra canzone dal titolo Lungo bacio, lungo abbraccio, sempre scritta dal Rapetti. Entrambe furono inserite due anni dopo in un album.
Fu un successo, anzi, il primo vero successo, quello che gli portò finalmente la popolarità e che lo ripagò di tutti i sacrifici fatti. Aveva 30 anni.
Gli anni successivi furono estremamente prolifici, tant’è vero che Pino pubblicò ben 4 album in 4 anni, abbandonando per sempre “Pino” e lasciando solo il suo cognome come nome d’arte.
Nel 1985 per la Nuova Fonit Cetra Pino pubblicò l’album Australia: le musiche sono sue mentre i testi di Mogol e di Alberto Salerno, suo produttore e marito della Maionchi, gli arrangiamenti di Mauro Paoluzzi. E’ un disco dai suoni fortemente anni ’80 e non posso non segnalarvi la title track (bellissima nell’arrangiamento dei primi anni 2000!), Il viaggio, canzone con la quale Pino fece la sua prima apparizione al Festival di Sanremo (non arrivando nemmeno in finale ma ricevendo il Premio della critica), Dove andrò e Dietro un si, dietro un no.
Quello stesso anno Pino scrisse un intero album per Laura Valente, sua compagna per tutta la vita e voce dei Matia Bazar dal 1989 al 1998.
Il 1986 fu l’anno della seconda partecipazione a Sanremo: Pino portò Lei verrà e in quella edizione firmò la sigla del Festival Io nascerò cantata dalla conduttrice Loretta Goggi, la canzone Nessun dolore portata da Anna Bussotti,in gara tra le nuove proposte, e Re di Loredana Bertè, la quale si presentò sul palco dell’Ariston con un pancione finto, a simulare una gravidanza molto avanzata.
Sempre nel 1986 la collaborazione con la Goggi continuò: scrisse per lei C’è poesia, la title track del suo omonimo album e duettò con Loretta in Lei verrà.
Beh, possiamo dire che quell’anno fu pieno di riconoscimenti, successi e collaborazioni!
E nel 1986 non poteva sapere che, mentre cantava Lei verrà sul palco dell’Ariston (nel giorno di Santa Maura martire), da lì a pochi mesi sarei nata io che l’avrei tormentato per anni interi.
Lei verrà, insieme a Oro e Lungo bacio, lungo abbraccio, fu inserita nell’album Odissea: le musiche sono sempre di Pino, i testi sono alcuni di Mogol, altri di Alberto Salerno; ci sono anche un paio di esperimenti in lingua inglese i cui testi sono firmati da un certo Simon Marsh del quale non ho trovato molte notizie se non che è originario di Dover, una città dell’Inghilterra del Sud, trapiantato in Italia da molti anni, poeta. Vorrei tanto sapere come sia nata la loro collaborazione. Gli arrangiamenti sono ancora una volta di Mauro Paoluzzi.
In questo fortunato album, oltre alle già nominate, vi segnalo anche la famosa La rosa dell’inverno (So che, per chi la conosce, è difficile da credere, ma questa è l’unica canzone di Pino che mi ha stancato. L’ascolto molto di rado e ai concerti era la canzone della “pausa sigaretta”) e Show. Devo dire, però, che è un album da ascoltare tutto, da capo a fine.
Il 1987 è segnato da un’altra partecipazione a Sanremo: arrivò 18° con Dal cuore in poi e pubblicò l’album Adesso con musiche di Pino, testi di Alberto Salerno e Armando Mango, ad eccezione del successo straordinario contenuto in questo album; sto parlando di Bella d’estate, il cui testo è firmato da Lucio Dalla.
Nei credits iniziano a spuntare anche i nomi di Rocco Petruzzi, che rimarrà al suo fianco fino all’ultimo, e Graziano Accinni che, invece, uscì dalla band nel 2005.
Fu un altro anno strepitoso e pieno di successi. L’album fu anche tradotto in parte in spagnolo col titolo Ahora: Bella d’estate divenne Flor de verano, Sera Latina diventò Noche latina, Stella del Nord fu tradotta in Estrella del Norte .
Difficile fare una selezione sulle canzoni contenute in questo album, sinceramente sento di consigliarvelo interamente.
Ah, dimenticavo: sempre nel 1987 la Goggi collaborò di nuovo con Pino inserendo La rosa dell’inverno in duetto con lui nel secondo capitolo dell’album C’è poesia 2.
L’ultimo album degli anni ’80 fu pubblicato l’anno successivo con il titolo Inseguendo l’aquila, con un Pino bellissimo in copertina e retro copertina. Le musiche sono quasi tutte esclusivamente di Pino, il quale cura anche gli arrangiamenti, i testi sono di Armando e/o Alberto Salerno. Anche questo lavoro fu tradotto, interamente, in spagnolo col titolo Hyerro y fuego riprendendo il titolo di Ferro e fuoco, la prima traccia contenuta nel disco.
Sono sinceramente in imbarazzo nel consigliare l’ascolto di una traccia piuttosto che un’altra: provo ad immaginare una pistola alla tempia e decido di suggerirvi di non perdervi Il mare calmissimo, la commovente Mia madre (su Youtube c’è una bellissima versione registrata a RadioItalia live!!) Inseguendo l’aquila e Immersione in te.
Ma so che sto facendo un torto alle altre, ve le consiglio tutte!
Bene, in chiosa aggiungo che la canzone che vi ho proposto in video questa settimana è inserita nell’album Ti amo così del 2005: fu uno dei singoli, la portò anche al Festivalbar e ai concerti era strepitosamente esaltante.
Vi aspetto la settimana prossima per raccontarvi gli anni ’90 della discografia di Pino e, soprattutto vi aspetto qui sotto, tra i commenti, per sapere quali sono i ricordi legati a questi album e se avete ascoltato qualche canzone che vi ho suggerito.
Ricordo bene quando scrissi questa poesia (continuo ad avere una certa vergogna nel chiamarle così), ricordo che il mio stato d’animo oscillava tra malinconia e serenità.
Un po’ di tempo fa mi dissero: ”Non puoi nasconderti da qualcuno che conosce l’odore della tua pelle”, il ché è assolutamente vero, almeno credo. C’è un problema fondamentale: benché ognuno abbia un proprio odore, ciò che fa la differenza sono le narici, anzi, siamo rigorosi, la corteccia olfattiva. Da reminiscenze di Anatomia e Fisiologia ricordo (e mi rimase impresso) che l’unica parte del nostro cervello “esposta” verso l’ambiente esterno è proprio la porzione deputata all’olfatto, posta (molto) superiormente nella cavità nasale.
Con questo cosa voglio dire: che puoi avere anche un naso che sparecchia, ma se non hai un buon numero e una buona qualità di “neuroni olfattivi” è tutto inutile.
E’ altrettanto importante l’educazione (data dall’esperienza) che si dà alla propria corteccia olfattiva. Mi viene in mente l’educazione che viene “data” al naso di chi frequenta un corso da sommelier: più vini incontri, più riesci a distinguere odori e sentori, sperando, però, che non siano frutto della tua immaginazione.
Volendo fare una trasposizione più poetica ciò che, secondo me, fa la differenza è la sensibilità.
Qualità e quantità di essa la rendono diversa per ogni persona e, un po’ come il sommelier provetto è convinto di sentire il profumo di ebano (quello usato per le tastiere dei violini, eh, non quello usato per i mobili. Sarà la pece che fa la differenza…) in un bicchiere di vino, così molti sono convinti di essere sensibili perché si commuovono guardando film romantici, perché raccolgono per strada un cane randagio o perché leggono una poesia, fanno musica, fanno teatro.
No, non è così. E lo affermo anche con una certa incazzatura.
Soprattutto perché la sensibilità è anche una bella rottura di palle.
La sensibilità è urgenza di sognare in grande mentre gioisci delle piccole cose.
E’ colla che ti si appiccica addosso come manate di vernice sulla pelle nuda.
La sensibilità è una condanna senza possibilità di appello: commetti il fatto senza volerlo, come quando ammazzi qualcuno ma il cervello resetta per salvarsi dal dolore. E’ una condanna all’ergastolo, una condanna in contumacia, un’omissione di ammissione di colpa.
E’ un’emissione di sensi di colpa.
La sensibilità è un fardello da portare sul groppone, è una palla al piede, è una malattia in fase acuta che cronicizza solo perché dura per sempre.
E’ un canto di sirena, un richiamo irresistibile se ne incontri un’altra; una forza sovrumana tra umani, una gassa d’amante che lega la tua cima ad un’altra cima, la tua sensibilità ad un’altra sensibilità come un nodo d’ormeggio.
La sensibilità è musicale: la senti nelle corde vocali, vibra nel tuo corpo, la senti nelle vibrazioni dell’altro.
La sensibilità riconosce altra sensibilità e ne cerca altre come fossero una razza in estinzione, come fossero un’infezione da distruggere.
E’ una gomma da masticare e sputare quando sa più di niente. Ma la sensibilità non perde mai sapore: ti sloga la mascella, ti consuma i denti, ti intorpidisce la lingua e l’anima.
La sensibilità è ‘na tarantella infinita, ‘na croce con la mano storta, ‘na jettatura.
E’ una ricchezza infinita ma dà alla testa, è un talento immenso ma dolente e non volente.
Ma come tutti i talenti vanno sfruttati altrimenti ristagnano, puzzano, fanno le piaghe.
E le piaghe sensibili sono pieghe umide, come brandelli di pelle morta cadono a terra: le raccogli, le guardi, le riappiccichi ma ricadono a terra.
La sensibilità è un dono, forse il più grande.
Ma ti lascia col culo a terra.
Se hai sensibilità puoi sentire l’odore della pelle, quello vero.
Per questi ultimi appuntamenti ho pensato fosse interessante fare un viaggio nella discografia di Pino, dagli esordi fino ai giorni d’oggi, compreso quel po’ che è stato fatto dopo la sua partenza.
Inizio dicendovi che Giuseppe Mango detto Pino è nato il 6 Novembre 1954 in un paese della Basilicata, Lagonegro, in una famiglia di umili radici. Il padre Antonio, muratore e la mamma Filomena, casalinga, ebbero 5 figli: Giovanni, Angela, Michele, Armando e Giuseppe, chiamato da tutti Pino. Antonio lasciò i suoi figli e la moglie quando Pino aveva appena 15 anni. Che strane coincidenze la vita… Mi fa sorridere il fatto che Pino fosse quinto ed ultimo figlio come me, che avesse due fratelli che portano i nomi dei miei genitori, mi fa ridere anche che Lagonegro è un paese geograficamente somigliante molto a Bojano: ai piedi di una montagna, il Monte Sirino, umido, con temperature fredde, grande rispetto ai paesi circostanti ma non abbastanza per non conoscersi tutti. Insomma un paese abbastanza lontano, non solo geograficamente, dagli ambienti della Musica (Roma e Milano, soprattutto) e, non dimentichiamolo, internet era impensabile all’epoca!
Già in tenera età mostrò la sua propensione per la musica, muovendo i primi passi nella band del fratello Michele. Pino stesso raccontò che un giorno a tavola si alzò in piedi sulla sedia e disse:” Se Dio mi ha dato questa voce deve esserci un motivo!”. Credo avesse sui 7/8 anni.
Da come avrete capito già negli scorsi episodi Pino era una “capa tosta” non indifferente, caparbio e con le idee chiare. Non puoi crescere diversamente in un contesto del genere e in quegli anni.
Quando iniziò a fare sul serio al suo fianco c’era il fratello Armando.
Il primo disco inciso col nome d’arte Mango risale al 1976 per la RCA dal titolo La mia ragazza è un gran caldo. (Ancora oggi mi chiedo come diavolo gli sia venuto in mente, assieme al fratello, un titolo del genere!)
Le musiche sono di Pino, i testi di Armando e gli arrangiamenti di Maurizio Fabrizio (l’autore di Almeno tu nell’universo, I migliori anni della nostra vita e molto altro). La copertina mi fa pensare al giardino dell’Eden essendo un disegno con due alberi e un uomo e una donna nudi in mezzo all’erba alta. La tracklist include 8 pezzi, cantanti da una voce moooolto acerba di Pino, talmente acerba che mi fa tenerezza. Quello stesso anno Patty Pravo nel suo album Tanto include due tracce del disco di Pino: Per te che mi apri l’universo e Per amarti d’amore (che ritroviamo nell’album di Pino col titolo Tu pioggia, Io mattino). Anche Mia Martini attinge da questo album e incide Se mi sfiori (a mio parere la più bella dell’album!) per il suo Che vuoi che sia…se ti ho aspettato tanto, pubblicato sempre nel 1976.
Il secondo album viene pubblicato nel 1979 per la Numero Uno. Anche in questo caso le musiche sono di Pino e i testi di Armando, gli arrangiamenti, invece, sono curati da Celso Valli. Il titolo dell’album è Arlecchino e, infatti, in copertina troviamo una rielaborazione grafica del viso di Pino che mantiene con due dita le iridi dei suoi occhi. Il nome scelto per pubblicare l’album è Pino Mango questa volta.
Nel 1978 la Nicoletta del Piper di nuovo “ruba” una canzone di Pino: pubblica l’album Miss Italia e incide Sentirti, la più bella di Arlecchino (e mica fessa Patty Pravo!).
Questa canzone è stata la prima (ed unica per molti anni) scritta da Pino intorno ai 15 anni. E’ una delle poche che riprese nei live, insieme a Se mi sfiori, molti anni dopo.
L’album contiene in tutto 10 tracce, indimenticabile il titolo di Maria Wuoruwuon che non ho mai capito chi diavolo sia e, soprattutto, che s’erano fumati lui e il fratello quando pensarono questo titolo. Vi segnalo anche L’acquazzone, Arlecchino, Angela ormai… e Verde mare, verde menta.
A concludere questa trilogia, prima del successo arrivato con Oro, troviamo l’album E’ pericoloso sporgersi pubblicato nel 1982 per la Fonit Cetra, ancora col nome Pino Mango. In copertina troviamo una sua foto a mezzobusto, quasi del tutto all’ombra, con un occhio in luce e i capelli probabilmente asciugati con qualche petardo. Sul lato destro troviamo riprodotta la targhetta che tutti abbiamo letto almeno una volta nella vita sotto i vetri dei vagoni dei treni con scritto, appunto, “E’ pericoloso sporgersi” in 4 lingue.
Le tracce sono 9, anche in questo caso i testi sono di Armando e, oltre le musiche, Pino cura anche gli arrangiamenti.
Forse in questo album iniziano a vedersi i primi segni di maturazione musicale di Pino e vi sono diverse tracce interessanti tra cui Nero e Blu (vi segnalo la versione inserita nel primo live pubblicato nel 1995), Il figlio, E’ pericoloso sporgersi, Il mago, Che cosa mi hai lasciato, Fuori gioco e la sottovalutatissima Lascia che tu sia, piano e voce e un testo meravigliosi. (Prima o poi mi leverò lo sfizio…!)
Anche di questo album Pino dà in prestito una canzone ad un collega: questa volta è Scialpi e la canzone è Nero e blu; inoltre per lui scrive anche L’io e l’es e Hallelujah, tutt’e tre inserite nel disco da lui pubblicato nel 1983 dal titolo Es-tensioni.
Questi tre album non so quanto vendettero, sostanzialmente furono tre flop, tanto da sgretolare anche le convinzioni granitiche di Pino, il quale tornò ai suoi studi di Sociologia all’ Università di Salerno, rassegnato all’idea che la musica non fosse la sua strada.
Inutile dirvi che per convincere Pino, poi, a riprovarci ci volle la mano di Dio e un’altra “capa tosta” come Mara Maionchi. Fu un duello che, viste come sono andate le cose, sappiamo vinse Mara.
E meno male, direi!
Questi album sono abbastanza introvabili in stampa originale, personalmente posseggo solo delle ristampe perché già nei primi anni 2000 era difficile trovarli. Oggi con difficoltà si trovano anche le ristampe (e non solo…). Vabbè, i vinili sono quotati in Borsa, che ve lo dico a fa’!
Voi li possedete?
Siete andati a sbirciare qualche traccia che vi ho suggerito? Che ne pensate della voce di Pino?
L’incipit di Bella d’estate mi venne in mente la mattina dell’8 Dicembre 2014, fuori un bar di Policoro, prima di procedere per Lagonegro. Queste parole, una volta pensate, scatenarono l’apertura dei miei condotti lacrimali che rimasero aperti per circa 3 giorni.
Bella d’estate è uno dei più grandi successi di Pino, inserita nell’album Adesso (1987). E’ sicuramente uno dei successi più inflazionati (alla Rai pare conoscano solo questa e Lei verrà!) e negli ultimi mesi è stata reinterpretata da Mika insieme a Michele Bravi (un duetto anonimo…) e da Tiziano Ferro, grande estimatore di Pino.
Il testo di Bella d’estate è frutto della penna di Lucio Dalla; con Pino aveva una grande amicizia e si stimavano molto.
Oggi vorrei raccontarvi una realtà iniziata bene e finita male del mondo di Pino: l’ Official Fans Club.
Nel 2004 nacque su volontà di Pino questa bellissima realtà e il 16 Settembre dello stesso anno mi tesserai (n° tessera 117) per usufruire dei vantaggi riservati agli iscritti: accesso alle prove, fanzine (il giornalino), possibilità di salutare Pino prima o dopo i concerti e soprattutto i raduni.
Devo ammettere che la tessera mi servì ben poco; in breve tempo divenni abbastanza nota allo staff di Pino e mi facevano passare senza alcun problema. Mi tesserai per due, forse tre anni in tutto ma più per affetto. Il 14 Maggio 2005 Pino organizzò il primo raduno. La location fu la bellissima chiesa sconsacrata dei SS Marcellino e Festo, nel cuore del centro storico di Napoli. Molti di noi erano in trepidante attesa perché quella fu l’occasione per dare il volto a tanti nickname conosciuti sulle pagine blu del forum. Insieme a Pino, poi, c’era la band al completo, non ho memoria della sua famiglia.
Fu un pomeriggio bellissimo: mi ricordo su di giri, in ansia su come vestirmi, con gli occhi aperti e sognanti.
Pino, come forse avete intuito, non era uno che faceva le cose a caso: per lui l’’incontro con i suoi fans era una cosa molto importante, era emozionato perché poteva finalmente dialogare con noi. In quell’occasione fece anche cantare un paio di persone: Daniele di Avellino e Ele di Matera.
Ricordo un momento particolare: ero fuori a fumare con Delio, un vocalist. Stavamo chiacchierando quando le mie orecchie captarono le note di Se mi sfiori. Piantai in Nasso (prendetevela con Luciano De Crescenzo se lo scrivo così!) Delio e corsi dentro ad ascoltare la sua voce angelica, perfettamente intonata alla chiesa che l’accoglieva. Meraviglioso, da brividi.
Non potevo immaginare che sarei tornata in quella chiesa oltre 10 anni dopo per lui, ma senza lui.
In teoria doveva esserci un raduno all’anno. Per motivi a me oscuri il 9 Giugno 2007 ci fu il secondo ed ultimo raduno nella palestra di una scuola di Cava De’ Tirreni (NA) dove Pino stava facendo le prove per l’imminente L’albero delle fate Tour.
Gioia immensa perché, anche in quell’occasione, incontrai e conobbi diversi fans il cui viso non conoscevo. Anche quella volta c’era la band al completo (ad eccezione di Rosa, vocalist, impegnata per il matrimonio del fratello), in più la sua famiglia e tutto lo staff tecnico.
Dopo appena una ventina di minuti per rompere il ghiaccio Pino voleva metter su un po’ di musica ma non voleva sforzare la voce, essendo sotto prove. (Piccola parentesi: poco tempo prima, a casa sua gli dissi che un mio sogno ricorrente era cantare con la sua band. Il giorno prima del raduno dissi all’allora mio compagno che mi sarebbe piaciuto cantare al raduno, ma speravo non mi capitasse Passo flamenco).
Rivolgendosi a tutti (ma guardando me) disse: “Chi se la sente? Tu te la senti? ”Si me la sento” è bruttissimo!” Un momento imbarazzantissimo dove io e Pino ridemmo per vergogna, ancora oggi ho chiaro nella memoria il suo sguardo di quel momento (Se cercate su youtube “Mauretta on stage” troverete il video).
Che canzone mi capitò? Passo flamenco, ovviamente.
Io, che ero il suo gobbo ai concerti quando dimenticava i testi (ovvero SEMPRE!), non ricordavo una sola parola, tremavo dall’emozione. Un solo momento provai ad alzare gli occhi e vidi Pino in fondo alla palestra, con le mani in tasca e lo sguardo concentrato su di me. Dovetti fare un esercizio profondo di estraneazione per levarmi quell’immagine da davanti e azzerare il rischio di sbattere a terra.
Anche quella fu un’ulteriore prova dell’attenzione di Pino nei miei confronti (e della sua memoria da elefante per queste cose): sapeva che era un mio sogno cantare accompagnata dalla sua band e lo realizzò. Da quella volta fino a quando è rimasto in vita non ho più sognato quel desiderio, non ne avevo motivo.
Pino è unico, ve l’ho già detto?!?
Il Fans club fu mantenuto in vita come si fa con un malato terminale, con relativo accanimento terapeutico. Io credo che già dal 2009 in poi non ho più avuto la tessera: parlai con Pino dei malumori che avevo e gli dissi candidamente che i soldi del tesseramento preferivo investirli per comprare il biglietto di un altro concerto, vista la sua inutilità (e le mie finanze ridotte).
Il malfunzionamento del Fans club fu, a mio parere, dovuto a diversi fattori, due in particolare: una mancanza di delega e libertà d’iniziativa nei confronti del responsabile che Pino stesso aveva individuato e lo sbaglio nella scelta dello stesso. Il non aver mai nascosto questo mio pensiero ha provocato, ovviamente, un ostracismo nei miei confronti perpetrato negli anni che si scontrava, perdendo miseramente, con l’affetto che Pino aveva per me. #ciaone #attaccatevialtram
Pino, ahimè, aveva un difetto: quando prendeva una decisione era una testa dura. Prima di rendersi conto, anzi, di ammettere di aver sbagliato su una persona impiegava anni, non solo perché era testardo come un mulo, ma anche perché era una sconfitta dolorosa. Per lui il suo staff era una famiglia allargata. Tantissime volte mi hanno detto: ”Ma perché non lo gestisci tu il fans club?”. Non nego che mi sarebbe piaciuto un casino, se Pino me l’avesse proposto avrei accettato su un piede solo. Ma, visto come sono andate le cose, è meglio così.
Qualcuno di voi c’era ai raduni? Avete mai partecipato al raduno di un fans club?
Credo che davanti ad un capolavoro del genere non ci siano cose da dire. Musica di Pino, testo di Mogol, Mediterraneo è uno dei suoi più grandi successi inserito nell’album Come l’acqua (1992). Vi dico solo che solo ora ho capito bene perché Pino si commuoveva particolarmente nel cantarla e sembrava volare su un altro pianeta.
Visto che siamo nella settimana sanremese non posso non raccontarvi la mia esperienza nel 2007 quando, dopo alcuni anni di contatti con Pino, avevo ancora bisogno di conferme del suo affetto sincero….
Qualche mese prima della 57esima edizione di Sanremo, andai a casa di Pino per gli auguri di Natale e mi disse che Pippo Baudo insisteva affinché partecipasse. L'album era pronto ormai, anche il suo secondo libro di poesie era in uscita e cedette all' insistenza del Pippo nazionale.
Pino va a Sanremo? E allora si va a Sanremo a sostenerlo, non sia mai è l'ultima volta, chi se lo perde?!? Il 3 Marzo 2007, alle 6 di mattina partimmo da Piazza Garibaldi (Napoli) con la frittata di maccheroni della nonna di Fatina (una fan napoletana con la quale divisi parecchie transenne), direzione Roma: lì ci aspettava Giovanni che da Ascoli Piceno con la sua 159 SW macinava km a botta di sigarette e musica (indimenticabile un viaggio insieme a lui da Ascoli a Bologna con una sola canzone ascoltata in loop. Roba da malati di mente).
Arrivammo nel primo pomeriggio a Sanremo, finestrini abbassati e la canzone sanremese di Pino a palla, come nella migliore tradizione (orgogliosamente) terrona.
Intervistavamo la gente per strada per sapere se apprezzavano Pino e la sua canzone. Indimenticabile Giovanni che girava con un cartellone (scritto ed ideato da me, ovviamente) con su scritto FIERI DI ESSERE MANGHIANI. Indescrivibili gli sguardi della gente ma il divertimento era assicurato, ve lo giuro!
Ci avvicinammo dalle parti del teatro, non vi dico che confusione di gente, altro che assembramenti: radio, telecamere, microfoni, il famoso red carpet fino ad allora visto solo in tv, vetrine con scarpe il cui costo era maggiore del mio rene destro e la "delusione" dell' entrata dell' Ariston, molto più piccola di come l' immaginavamo. Ovviamente i biglietti per la serata finale erano strafiniti ma vi assicuro che non correvamo il pericolo di poterli acquistare: dovevo vendere l'altro rene, probabilmente. Nella piazzetta adiacente l'Ariston c'era un maxischermo e decidemmo di seguire da lì il Festival. Quando intorno alle 22:30 Pino si esibì il nostro tifo da stadio fece impallidire i fan di qualsiasi altro cantante.
Eravamo in collegamento telefonico con Rocco Petruzzi il quale, con enorme gentilezza, ci disse che sarebbero stati a cena (spero di non ricordare male il nome) al Ristorante Da Vittorio. Ci precipitammo lì e sull'enorme vetrata del ristorante appiccicammo il nostro cartellone e attirammo l'attenzione non solo di Pino ma anche di un'inviata de La vita in diretta la quale rimase molto male quando Giovanni le chiese nome e cognome (lei era convinta di essere famosa, era una vincitrice del GF): questa tizia voleva farci fare la carrambata con Pino ma noi rifiutammo, primo perché stava mangiando e secondo perchè "Siamo fan di Pino, queste cose non ci interessano".
Comunque là fuori c'erano fan dei Subsonica e un'orda di quindicenni con gli ormoni a palla per Paolo Meneguzzi ma posso assicurarvi che, in proporzione, noi facevamo un casino di gran lunga maggiore.
I primi ad uscire dal ristorante furono i Subsonica che, un po' stiticamente, concessero giusto qualche foto e qualche autografo. Paolo Meneguzzi, con mamma, papà e guardie del corpo al seguito, si fece strada in mezzo alla gente e dall'alto di una scalinata concesse giusto 5 secondi di posa per le foto delle ragazzine di cui sopra. Come tutti i palloni gonfiati s’è sgonfiato e nel giro di qualche anno è sparito o mi sbaglio?
L'unico che si concesse dal primo all' ultimo cristiano fu Pino il quale, appena uscito dal ristorante, fece cenno a noi di aspettare, della serie :"Mi dedico un attimo a loro e poi sono vostro". Impressi, per sempre, nella mia memoria furono gli attimi passati con Pino: si girò verso di noi, spostò dei tavoli che facevano "da corridoio" fuori al ristorante, mi venne incontro e mi abbracciò.
Quell' abbraccio lo sento ancora addosso. Quell' abbraccio mi fece sentire tutto l'affetto che Pino nutriva per me e per i suoi fan, quell' abbraccio mi fece sentire tutta la sua felicità di averci lì, la sua riconoscenza.
Sapete, quando si ha a che fare con persone famose ti domandi se la gentilezza che usano nei tuoi confronti sia vera o se la usano perché "conviene" tenersi fan che, come me, trascinano e contagiano tante persone con quella passione. Quell' abbraccio di quella sera mi tolse questo (ancora??) dubbio.
E lo porto dentro me, a distanza di 14 anni, come uno dei regali più belli che Pino mi abbia fatto: una dimostrazione di affetto vero, puro, sincero verso me, Maura, e non verso la fan.
Andammo a dormire alle 5 e mezza del mattino, in un albergo a non so quanti km da Sanremo (era tutto occupato e noi eravamo partiti all' avventura, senza prenotare): avevo il cuore pieno di gioia per quella pazzia fatta per Amore di Pino.
Quell’edizione la vinse Simone Cristicchi con Ti regalerò una rosa, per Pino fu l’ultimo Sanremo, con un 5° posto meritatissimo, un album meraviglioso (L'albero delle Fate) e il secondo libro di poesie (Di quanto stupore) appena usciti.
Il 2007 fu l’anno in cui lo vidi più volte: superai i 20 appuntamenti. Devo ricontarli, prima di dimenticare.
Voi ve la ricordate l’edizione del 2007?
Io ero tesa assai, nemmeno ci fosse mio fratello a gareggiare!! Persino mio padre mi telefonò per dire che gli era piaciuto il duetto tra Pino e Laura (vi consiglio di recuperarlo assolutamente!!) e che aveva televotato per lui.
Prima o poi ci ritorno a Sanremo: l’atmosfera che si respira è molto bella.
Se cerchiamo la parola stato sul vocabolario troviamo tantissime definizioni, che spaziano dalla grammatica alla chimica, passando per l’economia e la geografia, con mille sensi anche figurati.
Se volessimo ridurre al solo significato derivante dal latino troveremmo una sola parola: condizione.
La condizione fisica, la condizione sociale, la condizione economica.
Lo stato indica sia una condizione ferma che una in movimento. Tutto cambia in base al contesto.
Ho scritto questa poesia l’8 Luglio 2019, quando mi resi conto che il mio status lavorativo mi rendeva ferma. Statica. Il lavoro è una fetta importante della vita di un individuo, ancor più se lavori 28 giorni al mese, senza ferie (se non a pagamento) e malattia, senza possibilità di crescita, per quattro soldi al mese. Ti rendi conto che, a lungo andare, il tuo diventa uno stato di morte apparente, dove il ripetersi ciclico, sempre uguale della quotidianità ti porta verso la decomposizione inerme.
Iniziai, così, a pensare di lasciare quel lavoro così poco edificante e stimolante; non avendo grandi possibilità iniziai a guardarmi attorno e decisi che l’avrei mollato appena ne avrei trovato uno migliore.
Lasciarlo senza averne pronto un altro prevedeva una quantità di coraggio che non era nelle mie possibilità né economiche né mentali. Ci ha pensato la pandemia, così, dopo appena una settimana dall’inizio del lockdown a marzo scorso, con una telefonata mi hanno comunicato di rimanere a casa. E’ stata una mazzata. Ricordo che passai diversi giorni in stato confusionale chiusa in casa. Non avevo nemmeno il coraggio di dirlo a mia madre, non volevo darle questo dispiacere. A pensarci mi viene ancora il magone. Chiusa, da sola, in 40 mq imprecavo, mi disperavo, mi incazzavo, piangevo. Non fu il mio status di disoccupata che mi fece più male, perlomeno non solo: mi sentii umanamente ferita. L’Italia intera era chiusa in casa, con un’escalation di malati e morti, dove potevo mai andare per cercare un lavoro?!? Liquidata per motivi non veri, lasciata senza un lavoro mentre nessuno poteva uscire di casa. Mi sentii trattata come l’ultima dei delinquenti.
I giorni e le settimane iniziarono a passare, provai ad occupare il tempo con mille impegni: macinai libri, imbracciai la chitarra, cantai ore intere, mi sfogai con gli amici, pochi in verità, che ebbero la voglia di accogliermi ed ascoltarmi.
La sera mi mettevo nel letto e mi domandavo: in che stato sto?
Passano i mesi, arriva qualche lavoretto, addirittura riesco ad andare a Trieste per la laurea di mio nipote e a Monaco per il matrimonio di una cara amica. Paradossale: ho lavorato per 4 anni e sono riuscita ad andare una sola volta in ferie. Da disoccupata addirittura faccio due viaggi, #grassochecola, #regalicolcuore!
L’estate finisce, la pandemia riprende a pieno ritmo. Qui in Molise iniziano a salire il numero dei contagiati e i decessi sono all’ordine del giorno.
E continuo, la sera, a chiedermi: in che stato sto?
E’ uno stato di calma apparente? Di morte apparente?
Il 2020 s’è portato via diversi pezzi importanti della mia vita: alcune amicizie sono finite, poche si sono rafforzate, pochissime sono rimaste costanti; alcuni rami secchi sono stati tagliati, altre zavorre si sono autoeliminate. Il bilancio è sicuramente negativo, ma non è detto che sia un male.
Inizia il 2021 e la mancanza di lavoro porta con sé altre mancanze, oltre a una buona dose d’ansia. A 34 anni suonati (e cantati) la frequenza dei propri bilanci è alta, soprattutto se hai tempo e cervello per pensare. Ma il pensiero risucchia le energie e, come un cane che si morde la coda, le energie mancano per pensare decentemente. L’apparente stato di grazia che metto su come un bel vestito mi domando se sia un sepolcro imbiancato, una coltre di neve che copre tutto, senza distinguere il buono dal cattivo, il bello dal brutto, il pesante dal leggero, il sorriso dal pianto.
Ripesco questi pensieri scritti con giochi di parole, li leggo con il distacco e la meraviglia che si provano quando leggi qualcosa scritto da qualcun altro, mi ci rispecchio e, come Narciso, ci cado dentro, ma non per vanagloria.
Ancora mi domando: in che stato sto?
In uno stato liquido mi muovo adattandomi alla forma delle cose che accadono, provando spesso la staticità di uno stato solido e desiderando ardentemente di volare via in uno stato gassoso e disperdermi nel cielo, guardando da lontano questo posto che amo e odio, sognando a notte fonda di vedere luoghi distanti migliaia di chilometri e fuso orario, per poi bramare il ritorno.
Sembra stia diventando un affare di stato, vero?!? Eppure mi muovo nel silenzio, nell’ombra, mi mimetizzo come una preda che ha adocchiato il suo predatore, trattengo il respiro per non fare rumore, mi fermo in uno stato di equilibrio tra la voglia di andare e quella di rimanere.